venerdì 19 giugno 2009

"DIVENTERAI OCEANO...."


"Chiesero a un saggio: "Parlaci della preghiera".
Il maestro rispose: "La dottrina della Preghiera é suddivisa in dieci capitoli.
Se farai attenzione, te ne dirò qualcosa:
"parlare poco" é l'argomento del primo,
"tacere" é quello degli altri nove.
Se la tua anima prenderà l'abitudine di tacere,
ogni atomo ti parlerà.
Tu mormori come un torrente,
ma solo se imparerai a tacere diventerai oceano.
E chi in questo oceano vorrà cogliere la perla
della Parola di Dio
dovrà tuffarsi e trattenere il respiro".


Farid ud-din Attar




E' necessario, per ogni anima che si mette in cammino, capire che la chiamata di Dio non é un appello a "fare cose", ma a "stare" con la persona di Gesù in una relazione intima e personale, che poi si trasforma inevitabilmente in risposta d'amore al prossimo.
E' nella preghiera che si manifesta la volontà di Dio e, dalla preghiera, scaturisce la vita che siamo invitati a donare, ciascuno nella vocazione specifica nella quale é stato chiamato.
E' vero anche, che la chiamata di Gesù propone alcune condizioni che possono in apparenza sembrare inconcepibili, ma la logica d'amore di Dio supera la pura dimensione umana: Gesù chiede condizioni esigenti, ma anche si fa portavoce di promesse che centuplicano quanto si é lasciato! Si tratta di leggere la propria storia con occhi nuovi, con lo sguardo del cuore, col desiderio profondo di vedere il presente già trasformato, purificato, reso bello dalla Sue presenza.
Il silenzio, nel tempo presente, sembra essere morto, e nessuno sembra disperarsene, avvertirne la perdita. Il silenzio anzi spaventa e lo si cancella al solo pensiero che possa avvolgerci. Si sente invece il fascino del rumore. Potremmo definire la nostra, la civiltà del rumore.
Ecco perché in un mondo sempre più tecnologicamente perfetto, l'uomo essere di relazione, si sente ogni giorno più solo. Il rumore lo svuota sempre più della capacità di entrare in se stesso e scoprire i desideri di bene, le attese profonde, anche la chiamata di Dio.
Ma c'é un silenzio interiore che coincide con un senso di svuotamento del mondo esterno che penetra dentro di noi, e che ci consente di cogliere meglio cosa c'é in noi.
Tutti almeno una volta siamo stati in montagna e abbiamo fatto l'esperienza dell'immensità del cielo e della nostra infinita piccolezza di fronte alla terra e al Suo creatore. In quei momenti infiniti sembra che tutto ci riporti al desiderio di qualcosa di grande per cui ci sentiamo di essere in fondo chiamati, ma poi ritorniamo inevitabilmente alla solita routine e questo rimane solo un bel ricordo da raccontare.
Anche Gesù, prima di ogni avvenimento importante, si ritira nel silenzio per pregare, cioè per rimettere in fila le cose e dargli il loro vero valore. Il silenzio é uno spazio essenziale, irrinunciabile. Il basamento su cui costruire ogni cosa.
Per incontrare Dio occorre uscire.
Uscire e attendere.
L'attesa ci rivela la promessa che Dio ha fatto su ciascuno di noi.
Nel cristianesimo la Parola irrompe nella storia e diventa liturgia, cioè crea un contesto sacro, adatto a penetrare le profondità dello Spirito.
Ma nel mio cuore, c'é oggi uno spazio per accoglierla?
La Parola di Dio entra nella mia storia e la ricrea, così come al principio creò il cielo e la terra. Viene ogniqualvolta mi metto nella condizione di far sgorgare un torrente dal mio cuore, perché traboccante dell'Amore di un Altro.
La preghiera rivela la promessa di Dio all'uomo, cioè la sua stessa venuta nel suo cuore fragile e distratto, la ricchezza di chi riesce a lasciare tutto per ascoltare quella Voce e con essa scandagliare l'immensità dell'oceano che essa porta con sé. L'uomo diventa ricco della Parola, l'unica Parola capace di parlare al suo cuore, l'unica parola che l'uomo ha bisogno di sentire.
Oggi questa Parola si fa carne per me e per te.
Ci chiede di fargli uno spazio nel cuore per trasformarlo in oceano, per celare nelle profondità del nostro cuore la perla preziosa, Gesù, il tesoro nascosto da cui attingere ogni volta che la fretta e il rumore saranno difficili da sopportare e ci distoglieranno dall'essenziale.
Sapremo tuffarci e trattenere il respiro?


Sr.Francesca Entisciò








giovedì 18 giugno 2009

LA CAPACITA' DI RELAZIONE


Esistono diverse capacità di relazione fondamentali per trattare gli altri e farseli amici.

La prima in assoluto é la seguente: "Se vuoi prenderti il miele non prendere a calci l'alveare", nel senso che nel relazionarsi con gli altri, il criticare non serve, così come é inutile condannare e recriminare. La critica é pericolosa perché ferisce l'orgoglio della gente e la fa sentire impotente oltreché suscitare risentimento. Skinner, psicologo famoso in tutto il mondo, provò con i suoi esperimenti che un animale ricompensato perché si comporta bene, impara molto più velocemente di uno punito perché sbaglia.

Il risentimento per le critiche ricevute può demoralizzare i familiari, gli amici, i dipendenti, senza contribuire in alcun modo a migliorare la situazione. Trattando con la gente dobbiamo ricordarci che spesso abbiamo a che fare con persone governate non dalla logica ma dalle passioni impastate da pregiudizi e mosse dall'orgoglio e dalla vanità. Tutti gli sciocchi sono capaci di condannare, criticare, recriminare; e la maggior parte lo fa. Ma ci vuole carattere e autocontrollo per capire e perdonare.

Nei nostri rapporti interpersonali non dobbiamo trascurare il "grande segreto" che é quello di essere prodighi di apprezzamenti onesti e sinceri.

Un'altra efficace capacità di relazione é imparare che il solo modo di influenzare gli altri é parlare nei termini di ciò che gli altri desiderano, nel riuscire a vedere dal punto di vista dell'altra persona.

Ma concretamente, come essere bene accolti ovunque?

Una risposta può essere quella di studiare la tecnica del più grande conquistatore di amici che il mondo abbia mai conosciuto. Il cane è l'unico animale che non lavora per vivere: la gallina deve fare l'uovo, la mucca deve produrre il latte, il canarino deve almeno cantare. Ma il cane vive dell'amore che vi dà, non ha bisogno di leggere un libro di psicologia, sa per istinto una grande lezione di vita e cioè che é possibile farsi più amici in due mesi mostrandoti interessato agli altri che non in due anni tentando di indurre gli altri ad interessarsi a te.

Eppure conosciamo bene tante persone che si comportano stupidamente per tutta la vita, cercando di attirare gli altri e indurli ad interessarsi a loro. Naturalmente non funziona.

Se vogliamo farci degli amici, entriamo nell'ordine di idee di fare qualcosa per gli altri. Cose che richiedono tempo, energie, altruismo e intenzionalità. E come per magia tutto ritorna.

Un famoso poeta romano scriveva: "Ci interessiamo degli altri solo quando essi si interessano a noi".

Un altro modo per farsi ben volere dagli altri é sfoderare un bel sorriso. E' per questo che i cani piacciono tanto: quando vedono il loro padrone pare che impazziscano dalla gioia. Se volete che la gente sia contenta di stare con voi, bisogna che anche voi dimostriate che siete contenti di trovarvi in loro compagnia.

Un altro modo di farsi ben volere dagli altri é quello di essere buoni ascoltatori e di incoraggiare gli altri a parlare di se stessi. A volte il proprio banale e personalissimo mal di denti preoccupa assai di più della carestia che in Cina miete milioni di vittime, e un foruncolo sul collo é più inquietante di cinquanta alluvioni in India. Pensateci la prossima volta che vi mettete a parlare con qualcuno, così, se volete diventare un buon conversatore, siate prima di tutto un ascoltatore attento.

Infine, come riuscire subito simpatici alla gente?

C'é una legge molto importante che regola i nostri rapporti con i nostri simili: "Date sempre agli altri l'impressione di essere importanti". E' un bisogno primario della natura umana il desiderio di sentirsi importanti e di venire apprezzati. Si ha sempre bisogno dell'approvazione di coloro con i quali si viene in contatto. Si vuole vedere riconosciuta la propria dignità. Si vuole la consapevolezza di sentirsi importanti nel nostro piccolo mondo. Niente adulazione falsa, ma approvazione sincera.

Seguiamo quindi questa legge d'oro: facciamo agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi... e facciamolo sempre e dovunque con la massima naturalezza e sincerità.




Pasquale Ionata


CHI RICOMINCIA


L'importante non é riuscire ad amare
(spesso per i nostri limiti non ci riusciamo)
ma l'importante é voler sempre amare
("Beati gli uomini di buona volontà")
L'importante é ricominciare sempre.
Ricominciare é credere nell'Amore.
Infatti, se ricominciamo, dimostriamo di credere più nella potenza e grandezza del Suo Amore che nella nostra debolezza.
Chi ricomincia
dimostra di credere che Gesù Abbandonato ha colmato ogni vuoto.
Chi ricomincia
é uno che valorizza e mette a profitto la Redenzione e l'Abbandono di Gesù,
mettendolo al suo giusto posto:
quello di Redentore e Salvatore.
Chi ricomincia
non solo é uno che Crede, é uno che Spera,
ma é uno che Ama, perché solo l'Amore va al di là di tutto.
Ed é uno che ama Dio per Dio. Dio amore per Amore.
Infatti, é uno che mette al primo posto nella sua anima non i suoi peccati,
non le sue debolezze, non i suoi limiti,
ma Dio che é lo "Spirito d'Amore",
e con questo amore crede nell'Amore di Dio, crede che Dio é Amore,
lascia che l'Amore in sé ami l'Amore fuori di sé, intorno a sé, negli altri.
Chi ricomincia
é uno povero di tutto
(perché ha perso i suoi peccati e i suoi limiti nella Misericordia di Dio)
Chi ricomincia
é uno che é puro, perché non attaccato a niente
(neanche alla sua anima: e non guarda ad essa, ma a Dio)
Chi ricomincia
é obbediente
(perché, come Gesù che si é fatto obbediente fino alla morte di croce, così lui pure si abbandona a Dio, alla misericordia di Dio, all'Amore di Dio, credendo più in Lui, all'Amore, che a se stesso e a ciò che di negativo in sé e attorno a sé vede).
Chi ricomincia
si fa uno con Gesù,
che ha voluto farsi peccato e nulla,
perché noi fossimo tutto, fossimo Lui;
Chi ricomincia
si fa uno con Gesù
fino a realizzare in sé la frase "siete dèi", perché così facendo,
si fa nulla e, facendosi nulla, Dio lo riempie di sé (come Maria)
e, perciò, diventa Lui, un altro Gesù,
tutto.

domenica 14 giugno 2009

UNO SOLO E' IL MAESTRO


"Se Gesù é il maestro, un dovere dei genitori cristiani sarà quello di guardare a Lui per imparare come educare".
"Se ameranno con la carità di Dio, la carità di chi ama per primo, senza aspettarsi nulla. E' un amore questo che non lascia mai indifferenti".
Le parole dei genitori devono sempre incoraggiare, essere cariche di speranza, positive, devono manifestare tutta la loro certezza nella ripresa dei propri figli... Gesù lascia libertà e responsabilità di decisione, come fa quando incontra il giovane ricco.
Non si devono mai imporre le proprie idee, ma offrirle con amore, come espressione d'amore...
I figli sono prima di tutto figli di Dio e non nostri.
Non vanno trattati quindi come nostro possesso, ma come persone a noi affidate.
"Chi ama suo figlio é pronto a correggerlo", é scritto nel libro Sacro dei Proverbi, guai se non si corregge! L'ammonimento dato con pace, con calma, con distacco, pesa sulla responsabilità dei figli che se ne ricorderanno. Bastano poche parole suggerite da un amore vero, puro, disinteressato. E poi... la misericordia del padre e della madre in una famiglia deve arrivare a saper veramente dimenticare, al "tutto copre" della carità di Dio.
Dio si fa sentire nel cuore dei nostri figli. Ed essi reagiscono positivamente solo alla verità, quando questa viene loro presentata con un linguaggio ad essi accessibile e ad essi accettabile, perché espresso da genitori che, prima di insegnare, hanno fatto lo sforzo di capire e condividere.
E' importante mettere i nostri figli fra le Sue braccia, sicuri che lui colmerà i vuoti che abbiamo lasciato nel nostro cammino e giungerà dove noi non abbiamo saputo e potuto arrivare.




TIENI LA PORTA APERTA



"Come mantenere la pace e allo stesso tempo
restare aperti al dialogo
con i figli, nonostante un comportamento
e perfino un modo di esprimersi
che spesso ci ferisce?"




Le famiglie sono immerse nel mondo e si trovano spesso, nel rapporto con le nuove generazioni, di fronte ai problemi tipici della società: mancanza di valori, disorientamento, consumismo...E i genitori soffrono.
Vorrei premettere che io vedo queste situazioni come aspetti del dolore infinito che Gesù ha vissuto quando si é sentito abbandonato dal Padre.Un figlio "ateo" é come lui che si é sentito "senza Dio".Un figlio disorientato é come lui che, in quel grido, appare senza più orientamento. Un figlio che Ha perso il senso dei valori é simile a lui che credette vanificato tutto ciò che aveva fatto e detto...Quindi io direi a queste famiglie di non scoraggiarsi mai!, ma di vivere tali situazione in questa dimensione spirituale e non perdere la pace.
A volte croci di questo genere durano a lungo?
"Prendi ogni giorno la tua croce..."ci dice il Vangelo. Ne avremo sempre una con noi. Come é stato per lui.
Soprattutto quando i figli sono adolescenti o nella prima giovinezza, é quasi inevitabile che attraversino momenti difficili. Come mantenere la pace e allo stesso tempo restare aperti al dialogo con loro, nonostante un comportamento e perfino un modo di esprimersi che spesso ci ferisce?
Ricordo una mamma che un giorno mi ha fatto una domanda del genere. Aveva una figlia che rincasava tardi la sera ed io, pensavo a quanti ragazzi oggi passano notti in locali dove é normale consumare alcool e droghe, le ho detto: "Tieni sempre la porta di casa aperta! Finché torna, ringrazia Dio..." Era tanto agitata e questo le ha dato un po' di pace. Ho poi saputo che ha fatto proprio così, ha tenuto la porta aperta e la figliola adesso dà meno pensieri. Prima non aveva un buon rapporto con la mamma, poi ha sentito che in lei c'era sempre accoglienza e ha trovato una normalità.
Bisogna guardare alle situazioni senza pregiudizi e paure, anche tenendo conto di come vanno le cose nel mondo. Gesù ha detto: "Chi non lascia padre, madre, moglie e figli...".
Quindi occorre un distacco completo; bisogna guardare ai figli non come a una proprietà ma come a dei prossimi da amare. E' logico che il cuore di una madre, di un padre, avrà i suoi palpiti speciali, ma a un dato punto occorre il distacco, altrimenti non si vive il Vangelo.
Occorre prima essere spiritualmente distaccati e poi, con cuore nuovo, far tutto quel che dovrebbe fare un genitore, consigliandoli, seguendoli...Ma senza quella premessa, non si combina niente in famiglia, perché siamo turbati continuamente dalle preoccupazioni e non riusciamo ad amarci come dovremmo amarci.
E poi momento per momento, in ogni dolore che capita, magari causato dai figli, andare al di là della prova.
Perché solo così si é liberi e capaci di ascoltare lo Spirito Santo che dà il dono del consiglio, col quale possiamo aiutare coloro che ci sono affidati.

Chiara Lubich
"Dove la vita si accende"

LA STRADA DEI FIGLI


"I genitori cristiani
non devono amare i propri figli
egoisticamente
e programmare per loro
un avvenire conforme
ai propri desideri
e non al volere di Dio"



Quando i figli si allontanano da quella che i genitori ritengono che sia la retta via, sorge spesso in loro un dubbio angoscioso: che fare?
Mi sembra di poter suggerire questo: pazientare infinitamente.
Guardando la società attuale, tante volte mi vien da dire: ringraziamo se tornano ancora qualche volta a casa. La situazione oggi é così.
Certo, bisogna anche ammonire, e a volte può essere molto difficile, faticoso; ma correggere é un dovere dei genitori, da fare con semplicità: come tutte le mattine ci si lava, così bisogna fare ogni tanto un ammonimento.
Ma con distacco; dicendo ad esempio: "Guarda, ti suggerirei così, ma poi decidi tu".
La condotta dei figli, anche ribelli ed egoisti, non deve mai bloccare l'amore. Fino a che punto i genitori devono pazientare coi figli? Non c'é limite. Nessuna ribellione, nessun avvenimento, per quanto grave, può bloccare la carità: niente può spegnerla. Vorrei addirittura dire che se c?é qualche cosa che, umanamente parlando, potrebbe farla spegnere, é invece ciò che dovrebbe accenderla.
Gesù dice: "A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra" e "Va per due miglia per chi ti tira per uno".
Allora, fino a che punto? Fino a morire per loro, perché "nessuno ha maggiore carità di colui che pone la vita per gli amici suoi". E' la legge del Vangelo, la legge nostra: "Amatevi, come io vi ho amato", fino alla morte. Non c'é limite all'amore.
Può capitare a un giovane di sentire che, ad un certo punto della vita, Dio lo chiama a seguirlo. E' la vocazione, una realtà che penso doni forse la gioia più grande che un giovane possa provare; viene da comunicarla a tutti, soprattutto alle persone più care...Eppure a volte succede che proprio i parenti (che magari vanno regolarmente a Messa la domenica e si considerano buoni cristiani) accolgono l'evento quasi come una disgrazia.
Per essere cristiani come Gesù vuole, non basta andare a Messa ogni domenica. Occorre dell'altro. Anzitutto impostare la vita su Dio, metterlo al primo posto nella propria esistenza; accettare la sua volontà, accogliere con gioia ciò che Egli desidera o manifesta, come, appunto, la donazione di un figlio al suo servizio.
I genitori cristiani non devono amare i propri figli egoisticamente e programmare per loro un avvenire conforma ai propri desideri e non al volere di Dio.
I genitori cristiani, se non fanno così, vedranno realizzarsi nella loro famiglia quanto Gesù dice: "Credete che io sia venuto a mettere la pace sulla terra? No, io vi dico, ma la divisione. Perché d'ora in poi, cinque persone in una casa saranno divise, tre contro due e due contro tre..."
Se invece i genitori educheranno i loro figli, sapendo che essi sono prima di tutto figli di Dio, e quindi a sua disposizione, essi saranno capaci di aiutarli e consigliarli, anche quando sentono in cuore la sua chiamata.
I genitori, se sono veri cristiani, questo lo sanno e lo fanno.
Chiara Lubich


"Dove la vita si accende"

giovedì 11 giugno 2009

CHE COS'E' PREGARE


Il pregare non consiste propriamente, nel fatto di dedicare qualche tempo, durante il giorno, alla meditazione o nel leggere qualche brano della Sacra Scrittura o di testi di santi, e nel cercare di pensare a Dio o a sé stessi per una nostra riforma interiore. Questo non é il pregare nella sa essenza. Così pure la recita del rosario o delle preghiere del mattino e della sera. Una persona può fare queste cose durante tutto il giorno e non aver mai pregato un minuto.
Il pregare per essere veramente tale, esige innanzi tutto un rapporto con Gesù: andare con lo spirito al di là della nostra condizione umana, delle nostre occupazioni, delle nostre preghiere, pur belle e necessarie, e stabilire questo rapporto intimo, personale con Lui.
E' necessario che facciamo la scoperta straordinaria che Gesù ci ama e ci chiama. che cosa é in fondo la "vocazione"? E' stata chiaramente descritta nella forma più bella nell'incontro di Gesù col giovane ricco. Dice il Vangelo di Marco : "Gesù, guardandolo, lo amò e gli disse: lascia tutto quel che hai, poi vieni e seguimi". Gesù ha questo sguardo per ciascuno di noi e ci ama, e noi sentiamo questo suo amore e possiamo decidere di seguirlo. La vita di preghiera, nella sua essenza, consiste nel mantenere questo rapporto filiale e fraterno con Gesù tutto il giorno, tutti i giorni. La preghiera é un rapportarsi con Lui e un silenzioso ascoltare quello che ci dice.
Questo rapporto tra noi e Gesù si instaura se riusciamo a compiere "la scelta di Dio", che consiste nel mettere lui al primo posto di tutta la nostra esistenza, in tutte le nostre azioni. Allora le preghiere possono diventare "preghiera".
I modi possono essere tanti. Un tipo di "preghiera mentale" é la meditazione, che si fa seguendo vari metodi.
Uno dei più semplici é la lettura lenta e meditata della sacra Scrittura o di scritti di santi. Ma al di là del metodo con cui si é fatta, la meditazione deve essere un'occasione per trovare un momento di quiete, di tranquillità con Gesù. Può darsi che durante questo momento ci vengano alla mente delle preoccupazioni. Allora ne parliamo con Gesù, dicendogli. "Pensaci tu, io non posso far niente, posso solo parlarne con te". E questa potremmo chiamarla "preghiera di domanda".
Ma nella sua sostanza, anche quando é "di domanda", la preghiera é sempre di abbandono: anche quando chiediamo qualcosa, ci abbandoniamo a quello che Gesù vuole; se ci sono delle esperienze dolorose nella nostra vita, o in quella delle persone care, ne parliamo a Lui con tranquillità, perché sappiamo che ci ama e ama tutte le persone molto di più di quanto possiamo fare.
Certo, la preghiera più bella é quella di chi sa che Gesù conosce i nostri problemi, le nostre difficoltà, le cose di cui abbiamo bisogno (dice il Vangelo: "Il padre sa già ciò di cui avete bisogno" Mt 6,8) e si abbandona appunto a parlare a Gesù in uno stato di donazione, di totale donazione di sé, di gioia dell'incontro che si può avere con Lui alla Santissima Trinità:
ecco, Tu sai tutte le difficoltà che ho, tu sai le mie miserie, la mia poca fede, tu conosci le mie mancanze, i dolori e le difficoltà che incontro nella vita: adesso voglio stare con Te e contemplarti.
E' il momento nel quale si esce da tutta una realtà contingente che ci affatica e ci addolora, per essere a contatto con lui, per trovare Lui, per vivere nella nostra casa.
La casa di ciascuno di noi infatti é la Trinità, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, e in loro Maria e tutti i santi. E noi che viviamo immersi in un mondo che ci sembra reale, ma é invece apparente, finalmente ritorniamo a casa, nel nostro vero mondo, il mondo della Trinità.
La preghiera é il momento più bello della nostra vita terrena poiché viviamo in quel momento insieme col Padre, col Figlio, con lo Spirito santo, con Maria, in maniera cosciente.
Questa contemplazione non vuol dire evasione dalla vita concreta; ma é la vera vita, per la quale possiamo affrontare cristianamente la realtà concreta di tutti i giorni, con i suoi scacchi, le sue tribolazioni, la stanchezza fisica e nervosa, con tutti i problemi, che posso e so affrontare proprio perché ho vissuto finalmente per un po' di tempo, per mezz'ora, nella meditazione, la mia vita vera: questo colloquio con Gesù.
In questo incontro egli mi parla; e spesso é difficile saperlo ascoltare, perché siamo trasformati dal rumore delle cose di ogni giorno che tentano di insinuarsi anche in questo spazio di tempo dedicato alla contemplazione.
Ma dobbiamo abituarci ad ascoltarlo, perché Lui ci parla sempre.
Non si tratta di realizzare un silenzio esteriore quanto di avere il silenzio interiore, cioè il dominio (relativo sempre alla nostra condizione umana) di tutte le nostre passioni (nel senso non solo negativo del termine), di tutte le nostre agitazioni, di tutti i tumulti psicologici interni: é un essere andati al di là di tutto questo per ascoltare Gesù che ci parla.
La sua voce é sottilissima.
Occorre veramente un silenzio interiore per coglierla (e la meditazione ci offre l'occasione per un silenzio esteriore, che é simbolo di quello interiore necessario per ascoltare Gesù).
Egli ci dice sempre cose fondamentali.
Ci dice, quando siamo affannato, turbati dai vari problemi della vita: "Non temete, sono io"
Ci dice: "Non temete, io ho vinto il mondo".
Ci dice: "Io sono con voi":
Gesù, presenta sé stesso come modello, la sua vita come modello per la nostra. Una vita fatta anche di successi umani, di miracoli, ma conclusa con un apparente fallimento totale, sulla croce.
E quando noi gli diciamo: "Gesù, mi é andata male questa cosa, mi sta andando male quest'altra", Egli ci risponde: "Io ho gridato: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Questa é la meta che ti presento. Al resto ci penserò io; non é importante il successo o l'insuccesso, l'importante per te é mantenerti in questo rapporto con me".
Questi sono solo alcuni esempi di quello che il Signore ci dice per portarci al di là della quotidianità della nostra esistenza, per farci vivere nel mondo eterno. E talvolta fa anche miracoli, in questo colloquio che possiamo avere con Lui.
Chi non ricorda, a questo proposito, l'episodio della donna che perdeva sangue ed era in mezzo ad una folla che non le permetteva di raggiungere Gesù per chiedergli di guarirla? Questa donna pensava: "Se io potessi almeno toccare la stoffa della sua veste, sarei guarita". Si fa dunque avanti e riesce a toccarla con fede, con amore, e viene guarita. E Gesù sente una forza che da lui é uscita e dice agli apostoli: "Chi mi ha toccato?". Gli apostoli gli rispondono: "Signore, siamo in mezzo ad una calca di gente e tu domandi chi ti ha toccato?" Tanti lo avevano "pregato", ma una sola aveva trovato il modo di parlargli, aveva trovato la "preghiera", e Gesù aveva sentito che una forza si era sprigionata da lui per quella preghiera umile, silenziosa, piena di fede e di abbandono.

La preghiera ci trasforma.


Se preghiamo con questa fede, gli altri ci troveranno sereni, perché abbiamo una pace che va al di là delle sofferenze, che pur patiamo come tutte le persone di questo mondo. E sentono la gioia di stare con noi, quella gioia che gesù dice che il mondo non sa dare, perché portiamo nel nostro cuore un pezzettino di quel Cielo nel quale abbiamo vissuto durante il tempo della preghiera.


Tutto il mondo é assetato di Dio e se noi non riusciamo a dissetarlo é perché gli diamo soltanto parole nostre, che "parlano" di Dio. Invece il mondo ha bisogno di dio, anche senza le nostre parole e anche senza che si parli di lui. Riusciamo a ciò se nell'ascolto della chiamata di Gesù rimaniamo in un continuo colloquio con lui.


A volte oggi c'é una svalutazione della preghiera vocale, perché si ritiene che quella intellettuale sia più importante. Invece quel che importa é il rapporto con Dio, che posso trovare e nella preghiera mentale e in quella vocale, nelle giaculatorie, nel rosario, in tutte le forme di pietà più popolari e semplici, troppo semplici per la nostra superbia, ma tutte occasioni, in realtà, per avere un rapporto con Dio. Un rapporto che, naturalmente, non nasce nella preghiera se non nasce nella vita. Cioé non si può "pregare" se non si ha una vita impostata completamente su Dio.


Se abbiamo questo rapporto autentico con Gesù, la preghiera diventa la cosa più bella e più viva della giornata. Diventa per noi una fonte di acqua viva, come dice Gesù: "Chi crede in me, nasceranno da lui torrenti di acqua viva".


Il nostro atteggiamento deve essere di pace radicale e totale: dobbiamo riuscire ad avere quella pienezza umana che solo Dio ci può dare, e che irradia la pace e la serenità intorno a noi. La preghiera é parlare con gesù, ma deve essere un parlare non fatto di parole, come egli dice: "Quando pregate dite poche parole" (Mt 6,7)


E' un rapporto di amore profondo, di domanda profonda, di abbandono profondo al Padre, tramite il Figlio, nello Spirito Santo con l'aiuto di Maria che - come alle nozze di Cana - si esprime con noi quando noi non sappiamo farlo. Questa é la nostra vera vita.
Noi siamo stati chiamati a vivere nel seno del Padre. La nostra vera chiamata é seguire Gesù e vivere in questa famiglia divina. La preghiera non é altro che il parlare in casa, nella nostra vera casa.
Questa vuole essere e deve diventare la nostra preghiera. E lo diventa sicuramente se nella nostra vita viviamo totalmente per Dio.




Pasquale Foresi